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The Dark Pictures: Little Hope
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Recensione - The Dark Pictures: Little HopePS4Game

di P 12 nov 2020
A più di un anno di distanza dall’uscita del primo capitolo, Supermassive Games prosegue il suo viaggio alla scoperta di alcune delle leggende più oscure e affascinanti tra quelle in circolazione, esplorando con The Dark Pictures: Little Hope uno dei periodi più oscuri della storia americana, ovvero quello legato ai processi alle streghe avvenuti nel XVII secolo. Scopriamo insieme cosa si nasconde dietro alla nebbia che avvolge la città di Little Hope!

Il Gioco

New England, Primavera 2020. Un gruppo di quattro studenti universitari e il loro insegnante stanno rientrando da un gita d’istruzione. Il sole è già tramontato da un pezzo, ma per fortuna la destinazione non è poi così lontana. L’autista del bus sul quale stanno viaggiando, dopo aver fatto una breve sosta in un “Diner”, si imbatte però in una pattuglia della polizia locale. Sulla strada principale c’è stato un incidente ed è necessario effettuare una piccola deviazione verso la cittadina di Little Hope per aggirare l’ostacolo. Nulla di preoccupante, o almeno così sembrerebbe. Dopo pochi minuti l’autista è infatti costretto a effettuare una brusca manovra per evitare di investire una bambina e l’autobus finisce per ribaltarsi. Quando si riprendono, gli studenti e il docente scoprono di essere rimasti soli in mezzo al nulla e di non poter comunicare con nessuno. Sul luogo dello schianto non c’è traccia né del conducente né della bambina, e ovviamente nessuno degli smartphone funziona. Al gruppo non resta quindi che mettersi in cammino verso la città di Little Hope, con la speranza di imbattersi in qualcuno che li possa aiutare. Non sanno però di essere appena piombati in un vero e proprio incubo, che affonda le radici nel passato oscuro della città e che li perseguiterà, così come la fitta nebbia che avvolge la cittadina, fino alla mattina seguente.

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E’ questa la trama alla base di The Dark Pictures: Little Hope, la seconda avventura narrativa a tema horror sviluppata da Supermassive Games come parte dell’omonima antologia e che, anche stavolta, prende spunto da leggende e credenze reali per dare vita a una sceneggiatura non lineare. A fare da guida ai giocatori è nuovamente il Curatore, un misterioso individuo interpretato anche in questa occasione da Pip Torrens. E’ lui a introdurre le vicende dalle quali prende il via una storia capace di tenere impegnati i giocatori per almeno 4/5 ore. La longevità dell’avventura, proprio come quella del precedente episodio, non si esaurisce però una volta raggiunti i titoli di coda. Il secondo capitolo della saga ripropone infatti la stessa filosofia per quanto riguarda lo sviluppo della narrazione e le possibilità offerte ai giocatori. The Dark Pictures: Little Hope è un gioco lineare che alterna brevi sequenze esplorative, dialoghi a risposta multipla e QTE di varia natura, ma nel quale chi impugna il pad svolge un ruolo determinante perché ogni risposta, ogni scelta e ogni azione indirizzano gli eventi su uno degli innumerevoli binari previsti dagli sviluppatori, con esiti non sempre di facile previsione e conseguenze che possono arrivare anche alla morte di uno o più personaggi principali. I QTE, così come alcune decisioni, avranno infatti un impatto immediato mentre altre, come quelle che vanno a influire sui tratti peculiari e sulla condotta dei protagonisti, potrebbero influenzare la trama sul lungo periodo, modificare radicalmente alcuni passaggi e portare a uno dei numerosi finali presenti nel gioco. Una volta conclusa la prima run è inoltre possibile rigiocare i singoli capitoli e, se si è acquistata l’edizione che include la Curator’s Cut, rivivere l’intera avventura con punti di vista inediti e sequenze aggiuntive.

MP Video - The Dark Pictures: Little Hope

Sotto il profilo del gameplay il titolo prosegue sulla strada tracciata con Man of Medan, il primo episodio della serie, riproponendo generalmente le stesse meccaniche e le stesse peculiarità. La prima particolarità riguarda la possibilità di affrontare l’intera esperienza da soli, ricoprendo di volta in volta il ruolo di uno dei cinque protagonisti, in compagnia di amici o familiari sulla stessa console, così che ognuno possa interpretare uno o più personaggi utilizzando un solo pad, o con il supporto di un altro giocatore online. Indipendentemente dal numero di giocatori, The Dark Pictures: Little Hope propone un sistema di gioco abbastanza snello. Durante le fasi esplorative, chi impugna il pad può muoversi liberamente nelle varie ambientazioni e interagire con alcuni oggetti, così da aprire porte o contenitori, approfondire la trama attraverso i numerosi documenti sparsi per la città di Litte Hope, scovare uno dei 50 collezionabili presenti e, perché no, anche incappare in una delle 13 Premonizioni, che sveleranno un piccolo indizio su un evento che potrebbe o meno verificarsi in futuro. Al netto di queste possibilità, il titolo di Supermassive Games non offre al giocatore altri controlli, se non quelle legati ai QTE, attraverso cui vengono gestite le sequenze dinamiche, le fasi più concitate e le sporadiche fasi di combattimento presenti nel gioco. Le modalità di interazione con i QTE variano per adattarsi alla situazione, ma senza mai discostarsi troppo dai canoni del genere. Ci sono le classiche pressioni di tasti ritmiche, quelle in sequenza, quelle a tempo e alcune situazioni nelle quali è necessario compiere dei movimenti specifici con le levette.

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Un’ulteriore peculiarità è rappresentata dai tratti caratteristici dei 5 protagonisti, che ne influenzano il comportamento e che possono essere sviluppati, in senso negativo o positivo, sulla base delle scelte effettuate o delle risposte date durante i dialoghi, così da sbloccarne di nuovi e accedere a nuove diramazioni della trama. E’ però opportuno ricordare che ogni scelta, così come l’esito di ogni QTE, è scandita da un timer e, cosa ancora più importante, è definitiva. Il gioco infatti salva istantaneamente ogni volta che il giocatore compie un’azione e non c’è modo di ripetere una sequenza o modificarne l’esito, a meno di non rigiocare l’avventura dall’inizio o attendere di completare la prima run per sbloccare il menù di selezione dei singoli capitoli.

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Anche sotto il profilo tecnico, The Dark Pictures: Little Hope non si discosta molto da quanto visto nel primo capitolo. Il gioco si appoggia nuovamente al motore grafico Unreal Enigne e sfrutta anche in questa occasione un sistema di telecamere fisse e di inquadrature pensate per dare sia taglio più cinematografico all’esperienza sia per enfatizzare la sensazione di essere costantemente braccati da una (o più) presenze oscure. Sulla piattaforma utilizzata per la prova, una Xbox One X, il titolo mette in mostra un comparto grafico di ottima qualità, reso ancora più accattivante dalla presenza di animazioni facciali ben realizzate e accompagnato da una completa localizzazione in lingua italiana di buona qualità sia per quanto riguarda i dialoghi sia per quanto riguarda i testi.

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Amore

Sceneggiatura intrigante

- Senza nulla togliere al primo capitolo, ammetto di aver apprezzato molto di più l’ambientazione e le vicende attorno alle quali ruota la trama di The Dark Pictures: Little Hope. Le vicende dei protagonisti si intrecciano infatti in modo vorticoso con il passato della città, in un crescendo di eventi e colpi di scena che miscelano in modo omogeneo reale e sovrannaturale. Non posso ovviamente dilungarmi troppo su questo argomento poiché ogni aggiunta rischierebbe di essere uno spoiler, quindi mi limiterò a dirvi che se siete amanti delle atmosfere da horror americano e/o dei romanzi di Stephen King questo nuovo capitolo riuscirà sicuramente a catturare la vostra attenzione dall’inizio alla fine.

Tensione costante

- Il secondo punto favore di The Dark Pictures: Little Hope è sicuramente la sua capacità di tenere il giocatore con lo sguardo incollato allo schermo. Le inquadrature a effetto e la presenza di numerosi jump-scare sottolineano nuovamente le capacità della software house mentre i numerosi QTE, introdotti da una breve sequenza animata, obbligano chi impugna il pad a non distrarsi mai, nemmeno quando le cose sembrano tranquille. Ovviamente non siamo di fronte a un titolo capace di “terrorizzare” i giocatori, ma piuttosto di un gioco che tiene con il fiato sospeso e che regala momenti di grande intensità, resi ancora più ritmati dai continui passaggi di testimone tra i vari protagonisti e dall’impossibilità di ripetere una scena nel caso l’esito non fosse quello previsto.

Da soli o in compagnia

- Da questo punto c’è davvero poco da dire. Con il primo capitolo, Supermassive Games ha dimostrato che si può creare un’esperienza horror narrativa godibile tanto in singolo quanto in compagnia. Con questo secondo capitolo, la casa di sviluppo ha perfezionato la formula e ha limato alcuni dei problemi di gioventù che affliggevano Man of Medan, così da creare un titolo davvero unico nel suo genere. Se giocato da solo, The Dark Pictures: Little Hope propone infatti un’esperienza horror “tradizionale”, mentre se giocato in compagnia può rapidamente trasformarsi in una sorta di party game “alternativo” con il quale animare le serate. Nessun altro titolo simile offre questo tipo di esperienza, il che rende The Dark Pictures: Little Hope ancora più interessante per gli amanti delle avventure.

Rigiocabilità elevata

- A dispetto di quanto può sembrare, anche considerando il genere di appartenenza, The Dark Pictures: Little Hope è un titolo potenzialmente molto longevo. Per vedere i vari finali, esplorare tutte le possibilità e raccogliere la totalità dei collezionabili è infatti necessario completare più volte l’avventura, da soli o in compagnia. Questa caratteristica, unita alla presenza di innumerevoli varianti e di tantissime sfumature, aumenta esponenzialmente il tempo necessario per esplorare ogni bivio e scoprire ogni segreto, andando di fatto a eliminare uno dei difetti principali delle avventure guidate.

Odio

Personaggi dimenticabili

- Nonostante le ottime premesse, nessuno dei cinque personaggi presenti in The Dark Pictures: Little Hope riesce davvero a esprimere il proprio potenziale nemmeno dopo più run. La durata relativamente breve dell’avventura sicuramente gioca a sfavore di questo aspetto, ma sono convinto che con un caratterizzazione più incisiva e una maggiore attenzione ai dettagli si sarebbero potuto raggiungere un risultato decisamente più convincente.

Localizzazione migliorabile

- The Dark Pictures: Little Hope è interamente doppiato in italiano e questo è sicuramente un punto a favore. Peccato però che in alcune occasioni la recitazione risulti un po’ forzata e che alcune frasi vengano troncate inspiegabilmente, restituendo di fatto l’impressione di una localizzazione un po’ frettolosa e poco curata. Un vero peccato.

Problemi tecnici

- Anche The Dark Pictures: Little Hope, proprio come il primo capitolo, soffre purtroppo di alcuni cali di frame-rate e di qualche sporadico freeze. Per fortuna, anche per via della natura del titolo, si tratta di difetti che non vanno a inficiare in modo irrimediabile sull’esperienza, ma che comunque la “sporcano” lasciando un po’ di amaro in bocca visto il tempo intercorso tra le due produzioni.

Tiriamo le somme

The Dark Pictures: Little Hope è un ottimo secondo capitolo, che prosegue sulla strada tracciata dal suo predecessore e corregge alcuni dei difetti che hanno impedito a Man of Medan di raccogliere i risultati sperati. La struttura a metà tra il gioco e il film è rimasta sostanzialmente invariata, ma si accompagna a una trama più stratificata e, soprattutto, a un gameplay più solido e comunque facile da padroneggiare. Qualche difetto purtroppo rimane, specie sotto il profilo tecnico, ma l’elevata rigiocabilità, la possibilità di vivere l’intera esperienza in compagnia e il prezzo budget riescono tranquillamente a far passare in secondo piano questo aspetto. Ovviamente non è un gioco per tutti, ma se siete amanti dei titoli horror e siete alla ricerca di un titolo con il quale passare più di qualche serata, magari anche in compagnia, la nuova avventura di Supermassive Games è sicuramente quello che fa al caso vostro.
8.5

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L'autore

Classe 1985 e cresciuto a pane, Commodore e Amiga, nel 1991 riceve il suo primo NES e da allora niente è più lo stesso. Attraversa tutte le generazioni di console tra platform, GDR, giochi di guida e FPS ed ancora oggi, a distanza di anni, vive consumato da questo sentimento dividendosi tra famiglia, lavoro, videogiochi, corsa, cinema e serie TV, nell’attesa che qualcuno scopra come rallentare il tempo per permettergli di dormire almeno un paio d’ore per notte.

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