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Ghostwire: Tokyo
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Recensione - Ghostwire: TokyoPS5Game

A distanza di oltre 5 anni dal secondo capitolo della saga di The Evil Within, la software del papà di Resident Evil torna con Ghostwire: Tokyo, nuova IP che mescola le meccaniche open world alle atmosfere horror, condendo il tutto con il fascino del Giappone e del suo inimitabile folklore. Scopriamo insieme cosa si nasconde dietro la foschia che ha invaso le strade di Tokyo!
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Il Gioco

Ghostwire: Tokyo è un action adventure open world in prima persona a tinte horror che mette il giocatore nei panni, o forse sarebbe meglio dire nelle spoglie, di uno dei tanti giapponesi che quotidianamente calpestano le strade della città di Tokyo. Oggi però sembra non essere un giorno particolarmente fortunato per la città giapponese e, soprattutto, per uno dei suoi cittadini. Akito, questo il nome del protagonista della nuova IP sviluppata da Tango Gameworks, è stato infatti coinvolto in un incidente mortale mentre andava a trovare la sorella in ospedale, alle cui conseguenze riesce a sfuggire solo perché uno spirito che risponde al nome di KK decide di impossessarsi del corpo quasi esanime del malcapitato giovane. Non che agli altri abitanti della città sia andata meglio in realtà. Pochi istanti dopo essersi risvegliato, Akito assiste impotente alla scomparsa dell’intera popolazione presente nella zona, che viene letteralmente “assorbita” da una fitta nebbia che, dal nulla, invade il famoso quartiere di Shibuya. Come se non bastasse, la foschia porta con sé anche delle misteriose creature, i Visitatori, le quali iniziano subito ad attaccare Akito sotto la guida di un inquietante individuo mascherato. Ancora frastornato da questa sequenza di situazioni incredibili, Akito apprende, proprio attraverso la voce dello spirito che lo possiede, di poter canalizzare la propria energia spirituale in una sorta di arte marziale magica, conosciuta come “Tessitura Spirituale”, e di poterla usare per respingere l’imminente minaccia.

MP Video - Ghostwire: Tokyo

Sapete però come di dice in questi casi, no? Da grandi poteri eccetera eccetera. Ecco quindi che, dopo aver aiutato il protagonista a respingere i primi avversari e averlo convinto della necessità di collaborare per sopravvivere a quello che sta accadendo, lo spirito rivela ad Akito di essere un investigatore e di aver bisogno di lui per portare a termine il proprio incarico, che come potete facilmente immaginare ruota proprio attorno alla figura del misterioso uomo mascherato responsabile di tutto ciò che sta accadendo in città. Per Akito, e quindi per il giocatore, inizia così un lungo e misterioso viaggio per le strade del quartiere di Shibuya che, nelle circa 20 ore necessarie per raggiungere i titoli di coda in base alla difficoltà scelta e alla propria vena esplorativa, vedrà i due protagonisti impegnati a liberare progressivamente la città dalla morsa della nebbia e a far luce sulla misteriosa sparizione di tutti i suoi abitanti. Un viaggio che, proprio in virtù della natura open world del titolo, si basa su alcune meccaniche consolidate del genere, declinate però da Tango Gameworks per adattarsi in modo adeguato alla componente spirituale su cui si basa l’intera produzione.

Il fulcro dell’esperienza ruota attorno all’esplorazione delle strade della città per completare le missioni principali che ci verranno progressivamente affidate dal nostro “spirito guida”, generalmente legate al raggiugere una nuova zona o sconfiggere un nemico particolare, e al completamento di una lunga serie di incarichi secondari, tutti opzionali, nei quali è possibile imbattersi durante l’avventura. Questi ultimi includono la ricerca di oggetti speciali, indagini soprannaturali sugli Yokai e missioni che vengono affidate ad Akito da spiriti che, per le ragioni più disparate, hanno ancora qualche conto in sospeso con il mondo terreno e che non esitano ad affidarsi al giovane per tentare di risolvere i propri tormenti, la cui natura spazia da tradimenti a omicidi irrisolti, passando per situazioni estremamente differenti sia in termini di complessità sia per quanto riguarda la profondità delle tematiche trattate. In alcuni casi capita poi di dover sbloccare porte, serrature o contenitori tracciando letteralmente dei segni sul touchpad, così da rimuovere il sigillo applicato all’oggetto in questione. A fare da filo conduttore tra tutti questi elementi troviamo la nebbia e i Torii, i tradizionali portali giapponesi che conducono a un santuario Shintoista o, più in generale, delimitano un’area sacra.

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La nebbia, oltre a portare con sé creature estremamente aggressive che richiamano l’iconografia tipica del folklore giapponese, danneggia in modo incredibilmente pericoloso la salute di Akito ed è quindi necessario dissolverla prima di poter esplorare una zona. Per farlo, è però necessario purificare il Torii (o i Torii) dell’area eliminando tutte le creature presenti nei paraggi e interagendo a livello spirituale con il portale. Questo gesto permette non solo di epurare una porzione di mappa dalla nebbia, ma anche di rivelare eventuali missioni secondarie o simpatici venditori felini con cui è possibile interagire per acquistare consumabili o potenziamenti spendendo una particolare valuta spirituale raccolta in gioco, conosciuta come Meika. Tra i prodotti che possiamo acquistare troviamo un’ampia varietà di pietanze giapponesi, che una volta ingerite permettono di recuperare salute ed energia spirituale o di incrementare per un breve periodo di tempo le abilità del protagonista. La particolarità di Ghostwire: Tokyo è che molti dei consumabili, oltre a garantire i benefici appena elencati, provocano un incremento permanente della salute massima del protagonista. A questi prodotti si affiancano poi alcuni strumenti essenziali per sopravvivere nella Tokyo immaginata da Tango Gameworks, tra cui frecce, alimenti e, soprattutto, le katashiro, delle bamboline di carta con fattezze umane che permettono al protagonista di assorbire gli spiriti rimasti in bilico tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Una volta raccolti, questi spiriti possono poi essere trasferiti a un “collaboratore” di KK interagendo con una delle innumerevoli cabine telefoniche sparse per la mappa di gioco, così da ottenere in cambio Meika e Punti Esperienza.

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Accumulare PE permette di far salire di livello il protagonista, incrementando progressivamente la sua salute massima e ottenendo a ogni passaggio dei classici Punti Abilità, che possono poi essere spesi per sbloccare nuove abilità o potenziare quelle già sbloccate attraverso tre skill-tree differenti dedicati rispettivamente alle capacità generali, alla Tessitura Eterea e all’equipaggiamento. Accumulare PA non è però sufficiente per sbloccare tutte le ramificazioni. In molti casi è infatti necessario spendere i Magatama, oggetti speciali ottenibili solo assorbendo gli spiriti degli Yokai, per sbloccare le opzioni più potenti, che spesso richiedono un maggior quantitativo di energia spirituale per essere utilizzate. Questo ci porta inevitabilmente a parlare del combat-system alla base di Ghostwire: Tokyo. La Tessitura Spirituale, al netto della sua peculiare denominazione e del suo essere rappresentata a schermo attraverso i gesti compiuti con le mani dal protagonista, è a tutti gli effetti un’arma a distanza, con cui è possibile bersagliare i nemici consumando energia spirituale. Inizialmente Akito avrà a disposizione solo una tipologia di attacchi basati sull’elemento Vento, ai quali si aggiungeranno già dopo poche ore di gioco quelli basati su Fuoco e Acqua. Ogni “classe” di attacco prevede sia attacchi rapidi sia attacchi potenti, dai quali ovviamente dipende la quantità di “munizioni spirituali” consumate, e tutti possono essere potenziati consumando Punti Abilità.

A rendere più articolato il sistema di combattimento ci pensano poi le parate spirituali, che come da tradizione possono stordire il nemico per qualche secondo se eseguite con il giusto tempismo, la possibilità di indossare dei rosari, che garantiscono bonus di varia natura, e i talismani, che Akito può lanciare verso i suoi avversari così da immobilizzarli per qualche secondo. A tutte queste meccaniche si aggiunge poi quella legata alla possibilità di estrarre il nucleo da praticamente tutte le creature che infestano il quartiere di Shibuya, ma solo dopo averle ridotte quasi in fin di vita. Questa azione speciale, che richiede un discreto lasso di tempo, massimizza infatti la quantità di ricompense ottenute e, spesso, garantisce anche bonus o effetti aggiuntivi. Ogni nemico sconfitto rilascia infatti una quantità variabile di Etere, che una volta assorbito permette al protagonista di recuperare parte delle energie spiritiche consumate. In aggiunta a questo, Akito può assorbire gli accumuli di etere cristallizzato generati dalla nebbia e che, proprio in virtù della loro particolare natura, rappresentano la fonte primaria di etere dopo uno scontro. Anche la quantità massima di energia spirituale, così come i punti salute, può essere incrementata nel corso dell’avventura, ma solo interagendo con una delle tante statue di Jizo presenti nella città.

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Come detto in apertura, l’esplorazione, seppur in buona parte opzionale, riveste infatti un ruolo fondamentale nell’ultima fatica di Tango Gameworks. Per rendere queste fasi meno frustranti e amalgamarle al meglio con il resto dell’avventura, gli sviluppatori hanno inserito nel gioco un sistema di spostamento rapido tra i vari Torii già purificati, che si affianca alla possibilità di agganciarsi ad alcune creature volanti che stazionano fisse in punti particolari per scalare rapidamente i palazzi o raggiungere istantaneamente aree sopraelevate. Akito ha inoltre la possibilità di fluttuare per alcuni secondi dopo aver effettuato un salto, così da raggiungere sporgenze o luoghi altrimenti inaccessibili, e di attivare per un breve lasso di tempo una sorta di “visione spiritica”, che gli consente di individuare gli oggetti con cui interagire o il percorso da seguire per raggiungere l’obiettivo attuale. Le strade del quartiere di Shibuya nascondono infatti tantissimi segreti e punti di interesse, alcuni dei quali possono rivelarsi estremamente utili per il protagonista. E’ il caso delle cassette delle offerte, presso le quali è possibile recitare delle preghiere dopo aver fatto una donazione, e degli omikuji, dei biglietti che è possibile pescare presso alcuni santuari e che, nella maggior parte dei casi, porteranno al protagonista fortuna o sfortuna sotto forma di bonus/malus temporanei.

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Sotto il profilo tecnico Ghostwire: Tokyo rappresenta un deciso passo in avanti per Tango Gameworks, che dopo tanti anni abbandona lo storico STEM engine basato su id Tech per abbracciare la quarta versione del motore grafico Unreal sviluppato da Epic, ottimizzato per sfruttare al meglio la potenza delle ultime console e che, in questa occasione, mette a disposizione una discreta quantità di opzioni per personalizzare l’esperienza dal punto di vista visivo. Sulla piattaforma utilizzata per la prova, ovvero PS5, il giocatore può selezionare 4 diverse modalità grafiche e perfezionare ulteriormente la scelta agendo sulla qualità del motion blur applicato ad ognuna. In ogni momento si può passare dalla modalità Qualità, che attiva il ray-tracing con risoluzione upscalata a 4K con frame-rate bloccato a 30fps, a quella Performance, con RT disattivato e frame-rate a 60fps, o la modalità ibride HFR Qualità e Performance, che rinunciano a qualche effetto grafico per garantire un frame-rate superiore a quelli fissati per le rispettive modalità standard con la possibilità di attivare il V-Sync. Il comparto sonoro offre invece una colonna sonora originale affiancato a una completa localizzazione in lingua italiana, testi e audio, con la consueta possibilità di godere del doppiaggio originale in lingua giapponese.

Amore

Gameplay originale

- Pur senza rivoluzionare nulla, Ghostwire: Tokyo rappresenta un’interessante boccata d’aria fresca sia per il genere degli open world, sia per il panorama delle produzioni AAA più recenti. Le meccaniche di combattimento legate all’utilizzo della tessitura spirituale e la forte connotazione sovrannaturale che permea tanto le missioni quanto le fasi esplorative permettono infatti alla nuova avventura di Tango Gameworks di prendere le distanze dagli altri grandi nomi del genere e di offrire un sistema di gioco magari meno stratificato, ma non per questo meno coinvolgente e divertente. Combattere i Visitatori con i gesti delle mani e schivare gli attacchi di uomini eleganti, scolarette senza testa e simili inizialmente può risultare quasi straniante, ma una volta presa confidenza con il sistema di controllo e ottenute tutte le varianti il gioco si apre al giocatore in tutta la sua irresistibile unicità.

Atmosfera

- Una delle cose che ho apprezzato di più di Ghostwire: Tokyo è la sua capacità di trasmettere al giocatore la sensazione di trovarsi ad attraversare le strade deserte di una città che, fino a pochi istanti prima, brulicava di vita. Veicoli abbandonati, oggetti rimasti in attesa, attività commerciali illuminate e pronte ad accogliere come di consueto gli acquirenti, se solo questi non fossero stati rapiti da una fitta nebbia che, di fatto, ha preso il loro posto portando con sé una notte apparentemente senza fine e un silenzio davvero surreale .Sin dai primi istanti, chi impugna il pad viene risucchiato in una realtà alternativa tanto assurda quanto comunque capace di risultare convincente proprio in virtù dell’attenzione riposta in questi aspetti che, anche grazie alla scelta di optare per una visuale in prima persona, contribuiscono a creare un legame con il giocatore che è davvero raro da trovare in titoli di questo genere.

Design

- A rendere Ghostwire: Tokyo ancora più coinvolgente dal punto di vista visivo ci pensa un comparto grafico dotato di un carisma unico nel suo genere. Al netto della forte connotazione culturale, sulla quale tornerò tra breve, ciò che colpisce della nuova opera di Tango Gameworks è la volontà di infondere in ogni elemento, dal combat-system fatto di gesti al design dei nemici, passando per la natura delle side quest e delle attività extra tutti il carattere della software house. Se avete già giocato uno dei precedenti titoli della software house guidata da Shinji Mikami non avrete difficoltà a riconoscerne i tratti distintivi, che in questo caso raggiungono vette di ispirazione davvero incredibili, come la scelta di utilizzare il kanji che indica la pioggia al posto delle semplici gocce che, per quasi tutto il tempo, piovono dal cielo bagnando le strade della città di Tokyo.

Tutto il fascino del folklore giapponese

- Ghostwire: Tokyo non è solo un’avventura ambientata nella capitale del Giappone. E’ una vera e propria enciclopedia dei miti e delle leggende provenienti dal Sol Levante, dalle quali gli sviluppatori hanno attinto a piene mani sia per quanto riguarda le tematiche alla base delle vicende e delle quest,ma anche per quanto riguarda l’ambientazione, i nemici e praticamente tutti gli elementi attorno al quale ruota il gameplay della nuova IP. Il risultato è un gioco capace di far letteralmente impazzire i tanti estimatori della cultura giapponese e di incuriosire in modo inaspettato anche chi, come il sottoscritto, non si è mai lasciato troppo catturare da un certo tipo di cultura. Un risultato davvero incredibile e che contribuisce a rendere ancora più unica la nuova opera di Tango Gameworks.

Odio

Problemi grafici

- Può sembrare strano ma, nonostante le varie opzioni grafiche disponibili, Ghostwire: Tokyo non riesce mai a garantire un’esperienza di gioco davvero soddisfacente dal punto di vista delle performance. Ogni modalità soffre infatti di cali di framerate o di effetti di screen-tearing più o meno evidenti che in alcuni casi risultano davvero fastidiosi, specie per una produzione di questo calibro (e considerato che, facendo parte di Bethesda, lo studio avrebbe potuto giovare della consulenza tecnica, in fase di ottimizzazione, di id Software). Investendo un po’ di tempo a regolare ogni singolo aspetto e facendo qualche test in gioco con le varie opzioni legate al motion blur è possibile trovare la combinazione più adatta alla propria configurazione e ai propri gusti, ma si tratta comunque di compromessi che non rendo giustizia all’impegno profuso dai designer nel dare vita a una delle migliori rappresentazioni digitali della città di Tokyo viste fino ad oggi.

Controlli imperfetti

- Un altro degli aspetti meno convincenti di Ghostwire: Tokyo riguarda la gestione dei controlli, non sempre precisi e reattivi come ci si aspetterebbe, specie durante gli scontri più incalzanti nei quali è necessario passare rapidamente da una tipologia di attacco a un’altra e, nel frattempo, utilizzare anche consumabili o accessori. Anche il sistema di mira assistita non sempre funziona a dovere, impedendo al giocatore di colpire con efficacia i nemici quando necessario. Come spesso accade in questi casi, l’esperienza aiuta e dopo aver accumulato una decina di ore di gioco, modificando nel frattempo anche qualche opzione, si riesce a sopperire a questi difetti senza particolari difficoltà, ma è evidente che una maggiore attenzione da questo punto di vista avrebbe sicuramente giovato.

Non tutte le side quest riescono col buco

- Ghostwire: Tokyo è un titolo ben bilanciato sotto il profilo della longevità e che propone il giusto equilibrio tra incarichi principali e missioni opzionali. In alcuni casi si ha però la sensazione che non tutte le quest secondarie siano state rifinite con la giusta attenzione o che, peggio, gli sviluppatori abbiano cercato di aumentare il numero complessivo anche a costo di risultare un po’ ripetitivi. Nel complesso siamo fortunatamente molto lontani da produzioni nelle quali le side quest sono tutte molto simili tra loro e anche il fatto che siano tutte opzionali, seppur quasi necessarie per poter proseguire nella seconda parte, rende questo difetto meno invadente che in altri giochi simili, ma chi vuole esplorare al 100% il titolo dovrà inevitabilmente prepararsi a una certa ridondanza di meccaniche e temi.

Tiriamo le somme

Ghostwire: Tokyo è un’avventura di ottima qualità, che mescola le meccaniche tradizionali del genere open world al fascino della cultura giapponese per dare vita a un titolo unico nel suo genere capace di tenere il giocatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine. Un gioco che, per scelta, non rivoluziona il genere a cui appartiene ma che, allo stesso tempo, non abbandona mai la propria filosofia per piegarsi agli standard moderni, risultando proprio per questo intrigante e coinvolgente come poche altre produzioni. Le piccole imperfezioni tecniche e la ripetitività di alcune dinamiche gli impediscono purtroppo di esprimere al meglio le proprie potenzialità, dalle quali speriamo gli sviluppatori partano per sviluppare un eventuale seguito, ma anche così il titolo ha tutte le carte in regola per soddisfare sia gli amanti del genere open world sia i giocatori in cerca di un titolo a tinte horror capace di regalare tante ore di sano divertimento in prima persona.
8.0

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L'autore

Classe 1985 e cresciuto a pane, Commodore e Amiga, nel 1991 riceve il suo primo NES e da allora niente è più lo stesso. Attraversa tutte le generazioni di console tra platform, GDR, giochi di guida e FPS ed ancora oggi, a distanza di anni, vive consumato da questo sentimento dividendosi tra famiglia, lavoro, videogiochi, corsa, cinema e serie TV, nell’attesa che qualcuno scopra come rallentare il tempo per permettergli di dormire almeno un paio d’ore per notte.

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